Biografia

Pedagogista (n. a Loiano in prov. di Bologna il 6 novembre 1908 - m. a Salerno il 15 agosto 1981).

Compie gli studi a Firenze dove ha come maestri Ernesto Codignola, Luigi Russo, Antonio Banfi.

Con Codignola si laurea nel 1932 con una tesi sui rapporti tra Giansenismo pavese e Giansenismo toscano. Sono soprattutto E. Codignola e A. Banfi ad avere una più decisiva e duratura influenza su di lui e ad orientare questa prima fase della sua ricerca culturale.

Più avanti negli anni egli incontra il filosofo Giuseppe Saitta, allievo di gentile, e Galvano della Volpe, tramite i quali intesse il primo dialogo-confronto con le posizioni teoretiche del neo-idealismo attualistico. Ma è l'incontro con Luigi Volpicelli e Ugo Spirito, il primo per le istanze più strettamente pedagogiche, il secondo per le componenti filosofiche, a rendere compiute le embrionali caratterizzazioni neo-idealistiche della sua ricerca culturale, le quali poi trovano soprattutto nell'opera di Giuseppe Lombardo Radice un primo termine di riferimento.

Sul piano operativo e nell'ambito della scuola militante Mazzetti, dopo avere insegnato Italiano e Storia presso l'Istituto Tecnico Pier Crescenzi di Bologna, esperienza di cui rimane come testimonianza pedagogica il libretto, edito da Cappelli nel 1940, dal titolo indicativo per quei tempi La scuola vista dagli scolari, partecipa attivamente all'elaborazione della Carta della scuola, con cui l'allora ministro Bottai cerca di riformare l'istruzione pubblica in Italia. Mazzetti reca il suo contributo, insieme a L. Volpicelli, M. Padellaro, G. Gabrielli, soprattutto cercando di immettere alcune istanze attivistiche all'interno dell'impostazione neo-idealistica, in base alla considerazione per la quale «una pedagogia dell'idealismo, solo con Lombardo Radice ha chiarito con vigore le istanze costruttrici della nuova educazione» (1940). È l'aspetto di modernità maggiormente rilevante, come di recente ha riconosciuto lo storico francese M. Ostenc (M. Ostenc, Storia della scuola italiana durante il fascismo, Bari 1980, p. 230).

Si tratta della stagione di grande impegno, oltre che teorico, pratico educativo di Mazzetti, soprattutto volto a cercare di mediare l'umanesimo teorico-culturale con l'umanesimo del lavoro, cui Mazzetti è giunto soprattutto sulla scorta della personale lettura delle opere di Antonio Labriola, e di contemperare quello che gli sembra un eccessivo teoreticismo e astrattismo della filosofia educativa neo-idealistica con le istanze più vive dell'attivismo, posizioni emergenti più marcatamente nella interpretazione e concretizzazione della pedagogia di Lombardo Radice. Sono testimonianza più o meno diretta di tale stagione intellettuale e operativa le opere: Educazione nuova e orientamenti pedagogici (Bologna, 1940), La scuola vista dagli scolari (Bologna, 1940), Il lavoro e la scuola (Modena, 1939).

Provveditore agli Studi dal 1940 al 1956, Mazzetti da un'interpretazione estremamente originale della figura del funzionario della pubblica istruzione, cercando per quindici anni difficili, a cavallo della guerra e del dopoguerra, la mediazione tra le posizioni educative emergenti e la possibilità di attuazione sperimentale soprattutto a livello di istruzione di base, per la quale, già al tempo della sua partecipazione alla attuazione della riforma di Bottai, aveva proposto, quasi solitariamente, la riunificazione in una scuola unica obbligatoria dei due tronconi in cui rimaneva divisa la scuola post-elementare.

È nel 1942, inoltre, che Mazzetti inizia la sua ricerca storico-critica centrata sull'opera di Maria Montessori, il cui studio egli, con intensa partecipazione ed adesione, conduce per tutta la vita.

Nel 1956 vince il concorso per professore universitario di ruolo di Pedagogia, ed è chiamato ad insegnare presso l'Università di Salerno, dove rimane, quale maestro di tante generazioni di giovani, per 25 anni, e dove apporta un grande contributo al progresso degli studi pedagogici nella cultura italiana, dando alle stampe studi e libri di notevole risonanza nazionale.

Nel corso della sua vita egli fonda e dirige due riviste: quella del 1941, con Umberto Righi, a Bologna, dal titolo Architrave e quella, pubblicata a cura della facoltà di Magistero di Salerno, negli anni 1959-61, dal titolo Cultura e società.

Mazzetti, come si nota dalle essenziali annotazioni biografiche e dall'itinerario intellettuale fin qui velocemente tracciato, attraversa quasi mezzo secolo di esperienze storiche, sociali e culturali della vita italiana, al punto che diviene difficile complettere in una sorta di “teoresi" sistematica il contributo da lui dato alla cultura e alla pedagogia italiana del nostro secolo.

Varie stagioni politiche e culturali della vicenda storica che passa attraverso il fascismo, la guerra, il dopoguerra e il nostro tempo, lo vedono coinvolto e attento, convinto com'è che l'uomo è datato, e, per quanto il più libero degli esseri, quasi costretto dallo spazio-tempo della sua esistenza storica e finita (fatte salve le ragioni della fede), volto ad apprendere il proprio tempo con il pensiero e a ricercare sempre la verità, anche con il rischio di contraddirsi e di correggere totalmente, in tempi successivi, le conclusioni precedentemente avanzate. Si tratta di quell'impianto di fondo della sua concezione (rimasto valido in ogni sua stagione intellettuale) espressa da Mazzetti stesso nella formula «esistenzialismo storicistico del finito», presente nell'opera del 1966 Quale umanesimo? (Armando, Roma).

Si farebbe, pertanto, torto a queste istanze di storicizzazione e di problematizzazione, cui Mazzetti ispira la sua ricerca della verità, se si tentasse di condurre a troppo stretta coerenza sistematica le posizioni provvisorie e talora prospettiche, problematiche e storicisticamente aperte, da lui espresse nel corso di un lungo e travagliato cammino umano, esistenziale ed intellettuale. Un cammino difficile (nel quale quelle che Merleau-Ponty chiamerebbe le “vicissitudini della dialettica" sono evidenti), ma durante il quale Mazzetti è sincero ed autentico, creativo e spregiudicato in ogni posizione difesa, sempre nella più perfetta e assoluta buona fede.

La storicizzazione, quindi, delle sue successive posizioni di pensiero, cercando di cogliere il "filo rosso" delle costanze e fedeltà mai rinnegate, rimane la strada obbligata che probabilmente Mazzetti stesso seguirebbe se dovesse ricostruire la propria vicenda di uomo e di studioso. Questa impostazione metodologica ci consente di cogliere alcune fasi, non assolutamente distinte, ma ben identificabili nell'evoluzione delle sue posizioni culturali e del suo pensiero pedagogico.

"La, prima fase è quella in cui Mazzetti, pur muovendosi nell'ambito della pedagogia della filosofia dello spirito, attraverso l'iniziazione di Ernesto Codignola, conduce una costante polemica contro quella impostazione filosofica e pedagogica, quell'idealismo assoluto e quello storicismo assoluto, che non cessa, fin dalla seconda metà degli anni Trenta, di suscitare in lui, man mano che si approfondisce la sua ricerca, notevoli esitazioni e anche contestazioni rilevanti. Esigenza di maggiore concretezza e connessa richiesta di istanze più attive e più vive fanno sì che egli in questa prima fase, come si è visto anche dalle notizie biografiche su riportate, tenti di mediare Gentile e Labriola, Lombardo Radice (che gli sembra il grande concretizzatore dell'idealismo) e le istanze dell'attivismo pedagogico, della cui immissione nel nostro paese Mazzetti, già in questa stagione della sua attività, è un pioniere. Umanesimo della cultura e del lavoro, pedagogia del lavoro, la scuola vista dagli scolari, sono i motivi prevalenti e fortemente innovativi del suo contributo di questa stagione storico-culturale alla pedagogia italiana.

Una seconda fase, che può collocarsi tra la fine della seconda guerra mondiale e il 1966, vede Mazzetti, prima come Provveditore agli Studi e come studioso dei problemi pedagogici, e, dal 1956 in poi, come professore universitario e maestro tra i più rappresentativi della pedagogia italiana, impegnato in prima persona nell'azione teorico-pratica di immettere nella scuola le idee nuove che vengono dalla stagione di massima egemonia in Italia dell'attivismo e, sul piano della ricerca scientifica, il tentativo di operare una sintesi tra le posizioni di Lombardo Radice, quelle dell'attivismo e quelle di Maria Montessori, alla quale Mazzetti, dedica, a partire dal 1942, uno studio costante che si concretizza in una serie di libri e in un’autentica simpatetica devozione.

La Montessori sembra a Mazzetti «più aperta alla esperienza infantile» e «la voce più universale della pedagogia italiana»; ed è soprattutto la Montessori (per altri versi Freud) a fornirgli quella chiave teorica del fanciullo padre dell'uomo, che gli consente, in questa fase, di portare alle estreme conseguenze il motivo più profondo dell'attivismo pedagogico, consistente nel ribaltamento del rapporto educativo, in cui si pone una sorta di rivoluzionaria assoluta centralità dell'educando. Di questa fase sono testimonianza il libro Giuseppe Lombardo Radice tra Maria Montessori e l'idealismo pedagogico (Bologna, 1958), e una serie di studi sui grandi pedagogisti della prima metà del nostro secolo, tutti letti nella chiave che abbiamo su richiamato: M. Montessori tra anormali e normalizzazione (Roma, 1963); Pietro Pasquali e le sorelle Agazzi (Roma, 1963); Maria Boschetti Alberti (Roma, 1963); Ovide Decroly (Roma, 1964); Eugène Dévaud (Roma, 1965); Sergio Hessen. Un ricercatore tra due civiltà (Firenze, 1965); Il bambino il gioco e il giocattolo (Roma, 1962).

È in questa stessa fase della massima valorizzazione del motivo montessoriano del bambino psichico e del fanciullo padre dell'uomo che si colloca anche l'inizio della sua ricerca sulla pedagogia di ispirazione socialista, specie di quel socialismo umanitario-utopico e libertario, in cui Mazzetti, da Owen a Saint-Simon, da Fourier a Proudhon, cerca le radici della scuola democratica, della cultura politecnica e della pedagogia del lavoro.

Inizia qui il confronto critico tra la pedagogia socialista e quella marxista e lo studio, destinato ad approfondirsi in seguito, di Marx e dei suoi continuatori (Socialismo utopistico e cultura, Napoli 1963; Ipotesi sui rapporti Marx-Proudhon, Salerno 1971; Dalla pedagogia di Fourier alla pedagogia di Marx, Salerno 1972).

È possibile cogliere un momento di passaggio ad una fase nuova del pensiero e della produzione di Mazzetti a partire dal 1966, anno di pubblicazione del libro Quale umanesimo? In questo libro egli, riannodando il dialogo mai interrotto con i maestri della giovinezza, Croce, Gentile e Spirito, sembra voler fare il punto della sua biografia intellettuale e di un tempo storico-culturale; certamente, Mazzetti cambia registro rispetto al giovanilismo assoluto della fase precedente, a partire da questo momento.

Egli si pone in atteggiamento di radicale interrogazione rispetto ai problemi dell'umanesimo e della filosofia occidentale e, mentre rinnova le obiezioni già avanzate nella giovinezza nei confronti dell'astrattismo idealistico, apre una prospettiva di radicale problematicità, sostenendo la finitezza della parola e della conoscenza umana e, al tempo stesso, riconoscendo l'importanza della collocazione del problema religioso, sia pure al limite, come problema del Totalmente Altro e dell'assurdo, esigenza, non sempre dicibile, e attraversata dalla poesia e dal silenzio. Sono motivi che sembra possano essere ritenuti anticipazioni, per chi li considera oggi, delle posizioni dell'ultimo Horkheimer.

Ad ogni modo, dal 1967 al 1970, si colloca una fase di passaggio e di difficile transizione, di ripensamenti e, anche, di ridiscussione radicale di precedenti posizioni, nell'intera opera di Mazzetti.

Certamente il 1968 è l'anno decisivo in cui Mazzetti abbandona sentieri precedenti e si avvia per sentieri nuovi che recuperano, tuttavia, la esperienza della sua radicazione nella cultura italiana. E così si nota una graduale evoluzione nella sua opera complessiva e nel suo pensiero a cavallo tra il 1969 e il 1970, una sorta di tentativo di capire cosa sta emergendo di nuovo e anche di tragico nella società italiana. Emblematico in questa fase di studi è il libro su Don Milani (Napoli, 1968), in cui M, pur simpatizzando con il geniale sacerdote di Barbiana, avanza serie obiezioni ad alcune istanze di quello che gli appare un pre-manifesto della contestazione globale. È la stessa operazione che Mazzetti, da uomo di cultura e pedagogista, conduce nei confronti dell'intera frattura culturale rappresentata dalla rivoluzione ideologica del '68, di cui, al di sotto della vernice ideologica, scorge in tempo esiti della cui tragicità un decennio dopo saranno in parecchi a parlare.

È del 1968 un libro di grande risonanza nazionale con cui Mazzetti immette definitivamente nella cultura pedagogica italiana il pedagogista-psicologo Jerome Bruner, il quale, da questo momento in poi, acquista stabile diritto di cittadinanza nella cultura pedagogica del nostro Paese. Si tratta del volume edito da Armando Dewey e Bruner, in cui Mazzetti presenta una prospettiva, che, se certamente è in linea di continuità con alcune centrali intuizioni montessoriane (il primato dell'elemento cognitivo e il primato dello psichico), non si può negare che segni un cambiamento rispetto al concetto, spinto all'estremo dal Mazzetti di qualche anno prima, del bambino padre dell'uomo. E tuttavia le istanze più vive, anche delle precedenti posizioni, sono conservate, anche qui, soprattutto in ordine all'importanza attribuita dal Bruner al primato del pensare sul fare e alla prima e seconda infanzia come momenti cruciali della crescita umana cognitiva e affettiva. Mazzetti, insomma, ritiene che Bruner possa battere l'incipiente culto europeo e italiano per il neo-comportamentismo di Skinner.

È certamente in questa fase, comunque, che si prepara l'intensa stagione in cui Mazzetti ridiscute se stesso, la cultura e la pedagogia italiana: una fase che attraversa tutto l'arco degli anni '70.

Mazzetti rifiuta la rivoluzione ideologica del '68 e, facendo i conti con le sue stesse posizioni precedenti, per tutto il corso degli anni '70 - anche col sostegno di una articolata e vasta cultura - pubblica una serie di libri che costituiscono tappe fondamentali dell'ultima fase del suo pensiero.

Sul piano della pedagogia etico-politica Mazzetti rifà criticamente i conti col marxismo, ribadisce la sua simpatia per il socialismo utopistico, questa volta non più a fianco del marxismo ma contro il marxismo. Lungo questa linea, cerca di esaminare le ragioni e l'ideologia della contestazione globale e dei profeti della rivoluzione. Sono testimonianza di questa intensa fase di studio i lavori su Owen e Saint-Simon, sulla pedagogia di Fourier e di Marx e su Herbert Marcuse.

Ma inizia anche in questa fase finale del pensiero pedagogico di Mazzetti una riproposizione in chiave positiva della tradizione vista come base socio-educativa della possibile innovazione. Mazzetti difende in questo quadro la famiglia della tradizione cattolica come soggetto educativo e recupera gli aspetti fondamentali della cultura cristiano-liberale dell'Occidente. Chiarisce che il fanciullo padre dell'uomo non può significare che il fanciullo possa sopravvivere in una società senza padre, ovvero che riconoscere nel fanciullo la radice dell'albero dell'umanità non significa tagliare l'albero e lasciare solo un mondo di radici.

Forse è meglio tuttavia affidare questo passaggio delicato del pensiero pedagogico di Mazzetti alle sue stesse parole: «Se è lecito comparare i minimi ai massimi, io potrei dire di aver fatto lo stesso cammino del Manzoni, il quale partito, come tutti sanno, da Voltaire e dagli enciclopedisti, arrivò, infine, a capire che la fondazione morale e religiosa della Controriforma era più valida che la fondazione morale e religiosa della Rivoluzione francese; che il Cristianesimo era più valido dell'Illuminismo, per cui finì col consentire in tutto e per tutto col Rosmini. Io ebbi la mia crisi religiosa al tempo in cui facevo il ginnasio e insieme facevo un lavoro manuale, per poter studiare. Quella mia crisi si polarizzò attorno alla mia riflessione sul dogma del peccato originale, in quanto allora mi parve assurdo, ingiusto, iniquo che uno qualsiasi dovesse scontare colpe per misfatti da lui non commessi. Cadeva quella crisi nel pieno della mia adolescenza in un contesto di esperienza piuttosto dura, per la quale capire la lezione del Manzoni e dei suoi Promessi sposi era piuttosto difficile. Insieme a ciò, quella che è la ribellione più tipica dell'adolescenza, che spesso, è anche rivolta metafisica contro Dio, contro la natura e contro la storia, mi pose sulla stessa linea dell'Illuminismo antireligioso, quasi in una posizione di contestazione generale. Che cosa non mi ci è voluto per giungere a intuire la profonda verità del mito del peccato originale? E per distaccarmi dalla impostazione illuministica della ragione? Ora io rifiuto l'impostazione illuministica della ragione e il suo totalitarismo ottimistico, perché quella ragione umana viene intesa come costitutiva della totalità dell'essere, perché quella impostazione illuministica giustifica una mitologia del progresso illimitato tecnologico, scientifico ed etico-politico, che sostituisce alla teologia del Dio nascosto la mitologia della ragione trionfante, perché affida al progresso o alla dialettica il compito di liberare l'umanità da tutti i limiti e dalla presenza del caso, dell'assurdo e del male» (Società e cultura. Testimonianza colloquio con Roberto Mazzetti, a cura di Giuseppe Acone, Morano, Napoli 1978, p. 72).

Comunque si voglia giudicare l'itinerario umano e intellettuale di Mazzetti, rimane fuori discussione la forza creativa come il temperamento di uno studioso di gran classe, in cui l'intelligenza storica è pari alla autenticità e alla sincerità con cui sempre difende le sue posizioni. Rimane altresì il grande contributo dato sul piano del progresso degli studi pedagogici nel nostro Paese nel corso di mezzo secolo.

bibl.: A. Agazzi, Panorama della pedagogia d'oggi, La Scuola, Brescia 1959; B. Bellerate, in «Orientamenti pedagogici», marzo/aprile 1966; G. Tramarollo, in «L'eco della scuola nuova», dicembre 1966; E. Pesce, in «Paese sera», dell'8 agosto 1969; O. Agone, in «La disamina», 1971; C. Scurati, Strutturalismo e scuola, La Scuola, Brescia 1974; G. Acone, in «Confronto», 1977; G. Acone, in «Società e cultura», Napoli 1978.

Acone Giuseppe in Enciclopedia Pedagogica (a cura di M. Laeng) vol. IV pp. 7477-7482 Brescia, La Scuola Editrice, 1990.